Occhiali da vista neri, sguardo vispo e attento, cartella degli appunti sotto braccio, viso animato da buone intenzioni, voglia di comunicare, decine di strette di mano. Si presenta così uno degli uomini più influenti del mondo del vino mondiale, il patriarca del Barbaresco, Angelo Gaja, invitato d’eccezione, oggi, all’Università di Agraria di Alba.

Angelo Gaja. Credits Andrea Di Bella
Oggi l’Ateneo ospita l’inaugurazione del 76° Anno Accademico dell’Accademia della Vite e del Vino, un appuntamento rilevante poiché, oggi, l’Accademia rappresenta il più importante sodalizio italiano dedicato alla vitivinicoltura, con al suo attivo circa 600 accademici tra studiosi, imprenditori e divulgatori del settore.
Vado incontro ad Angelo Gaja, chiedo di scambiare qualche battuta ma risponde che oggi non farà interviste con i giornalisti perché le risposte arriveranno dalla sua prolusione che arriverà tra poco: “Una raffica di flash, veloci, dirompenti, dovete fare attenzione… proteggetevi – avverte -. Arriveranno uno dopo l’altro, brevi, prenderete quello che vi potrà interessare”.
L’inaugurazione ufficiale dell’anno accademico ha visto l’ingresso di accademici, circa 60 tra onorari, ordinari, corrispondenti e corrispondenti stranieri e la consegna dei diplomi. Sono stati premiati anche gli Accademici onorari.
“Ringrazio chi è presente e mi congratulo con i nuovi accademici – spiega il Presidente Prof. Rosario Di Lorenzo -. Ma soprattutto voglio dire grazie ad Angelo Gaja. Dalla sua prolusione emergeranno spunti e linee d’azione su cui riflettere che rappresenteranno stimoli e argomenti che l’Accademia affronterà nelle prossime tornate”.

L’Accademico Onorario Angelo Gaja riceve il Diploma. Credits Andrea Di Bella
LA PROLUSIONE DI ANGELO GAJA: “IL CAMMINO DEL VINO ITALIANO” (Sintesi)
L’Accademico onorario Angelo Gaja interviene, tra gli applausi, con la prolusione “Il cammino del vino italiano”, dopo aver ricevuto la pergamena di diploma dalle mani del professore Vincenzo Gerbi.
Una storia intensa narrata con l’innata intelligenza e la riconosciuta lungimiranza dall’uomo, dall’imprenditore che non ha mai voluto nascondersi, ambizioso e ottimista, determinato e possibilista.
IL PASSATO
“Il vino italiano, ma forse il vino del mondo ha avuto un’evoluzione straordinaria negli ultimi 70 anni. Io non sono un esperto di vini italiani, quindi farò dei commenti contestabilissimi, dirò le mie impressioni raccolte in 64 anni di presenza in questo mondo. Secolo scorso: Nord-Sud: sposalizio perfetto. Qualcuno che comandava aveva deciso di considerare il vino un alimento; si doveva produrre vino alimentare a prezzo basso, in bottiglioni, in fiaschi. Era la preistoria. Una deriva che si protrasse fino al 1963 quando con il DPR 930/1963, relatore il sen. piemontese Paolo Desana, vengono istituite le Doc: una svolta epocale, una nuova cultura del vino e di gestione delle produzioni di qualità. Occorreva migliorare la qualità del vino per portarlo da quotidiano a vino di eccellenza”.
“Nel frattempo, nel mondo si sveglia l’interesse per il Cabernet Sauvignon, che già in Francia, a Bordeaux, aveva dato vini straordinari. Noi italiani cominciamo ad innamorarci. Sono stati i Toscani, sempre i più svegli, che nel 1968 fanno uscire il Sassicaia, 2500 bottiglie, e il Tignanello” nel 1971. Ma i nostri amici anglosassoni, che ce li abbiamo sempre lì, ci dicono: fate dei Cabernet Sauvignon importanti e li chiamate ‘vini da tavola’? Ed ecco la Legge 164/1992, “nuova disciplina delle denominazioni d’origine dei vini”, che consente l’adozione della cosiddetta “piramide delle Doc”: l’Italia ha visto riconosciuta la capacità di giocare su due tavoli: quello delle “varietà autoctone” e quello delle “varietà internazionali”.
“Grandi meriti a Giacomo Tachis, diplomato alla Scuola Enologica di Alba, una persona speciale, ho avuto anche il piacere di essergli amico: una capacità di degustare straordinaria, uno che vedeva lontano, 30 anni di consulenza da Antinori, tra i più grandi enologi italiani. Un vero maestro, armonizzatore di vini, uno degli artefici della “primavera” del vino italiano”.

“Il cammino del vino italiano”, la prolusione di Angelo Gaja. Credits Andrea Di Bella
“Ma voglio anche ricordare l’importanza delle Cantine Sociali. Sono state loro a salvare, negli Anni ’50-’60, il vigneto Italia dalla situazione in cui era e a spingere la Doc, perché i mescolatori non volevano saperne. Con la Doc il vino italiano diventa più credibile e comincia la sua reale affermazione sui mercati esteri”.
“Nel decennio 1950-1960 in Germania erano andati a finire vini a prezzo bassissimo; negli Usa, vini definiti “cheap and cheerful”, a buon prezzo, allegri, di poche pretese. Nel 1978 torno negli Usa (nel 1974 il mio primo viaggio) e mi rendo conto che era stato stampato un libro sul vino del mondo di circa 800 pagine: solo 13 pagine erano dedicate al vino italiano… 13! Tante pagine ai vini di Bordeaux, della Borgogna, ma anche ai vini della Mosella e del Reno. Un disastro”.
“Però, succede una bella cosa!. Burton Anderson, giovane giornalista americano approda in Toscana negli Anni Settanta e nel 1980 pubblica “Vino – The Wines and Winemakers of Italy”, un libro fondamentale. Prima di allora non esisteva un solo libro italiano sul vino scritto in inglese. Una rivoluzione!. Dal Monte Bianco a Pantelleria, il viaggio attraverso una terra di vigne più abbondante e diversificata di qualsiasi altra al mondo. Un contributo notevole sulla considerazione internazionale del vino italiano”.
“E ancora, voglio ricordare un altro personaggio fondamentale, Marcella Hazan, italiana di Cesenatico: è stata lei ad aver portato la cucina regionale italiana negli Usa. Nel 1973, pubblicò il suo primo libro, “The Classic Italian Cook Book”, grande successo: ricette semplici ma impeccabili. Marcella Hazan non è stata solo chef o autrice di ricette, ma una vera e propria ambasciatrice culturale, dobbiamo tanto a lei”.
IL PRESENTE
“Ma parliamo della Riserva Aurea nostrana. Non esiste altro Paese al mondo che abbia vigneti dappertutto, ovunque, in tutte le regioni, con varietà diverse che producono vini di carattere e di espressioni diverse. Abbiamo uno scrigno di bellezze, un patrimonio straordinario. Dobbiamo farlo conoscere. Dobbiamo imparare a meravigliarci, perché così saremo portati a custodire, proteggere, valorizzare. Noi produciamo vini eccellenti e gli altri Paesi se ne stanno accorgendo, vini che si abbinano ai cibi di tutto il mondo, cucine etniche comprese… una grande ricchezza”.
Ma pensando al futuro del vino italiano occorre poter intraprendere alcune azioni che necessitano di attenzione, impegno, lungimiranza, coraggio e determinazione. Parte la raffica:
“Promuovete e difendete le cantine artigianali, un patrimonio importantissimo. Non stracarichiamoli di burocrazia! Aiutiamoli”.

Inaugurazione 76°Anno Accademico Accademia Italiana della Vite e del Vino. Credits Andrea Di Bella
“Preoccuparsi della salute del vigneto, a seguito dei cambiamenti climatici! Diventa importante una capacità di adattamento al vigneto, alla cantina, al mercato. È molto complicato, occorre fare delle scelte nuove, anche coraggiose. Spostare in altura le produzioni sì, ma, attenzione a non estirpare il bosco… il bosco deve restare lì, bisogna favorire la dislocazione delle varietà. Creare dei vini nuovi, impiantando magari varietà già abituate a produrre in climi caldi e trasferirle dove non erano mai state. Ci sono contadini coraggiosi che osano, quindi bisogna osare! I Consorzi sono lenti…dormono. Mi torna in mente una frase del Presidente Mattarella di qualche anno fa: ‘Dobbiamo sforzarci a leggere il presente con gli occhi di domani, non con gli occhi di ieri’. Noi piemontesi siamo molto bravi a leggere con gli occhi di ieri!”.
“Potenziare la ricerca, finanziare la ricerca!. Ma la ricerca per cosa? Si cloni nuovi… e poi i fitofarmaci… abbiamo bisogno di molecole nuove che siano in grado di proteggere quei vigneti vecchi che abbiamo… che siano efficaci ma meno velenosi!
“L’OMS nel 2023 ha suggerito di non consumare per nulla bevande alcoliche. L’alcol è un cancerogeno. Dobbiamo saper rimodulare il nostro messaggio, perché il vino va bevuto con misura, ma sappiamo anche che la cultura del vino affonda le radici nell’umanità, nel paesaggio, nella tradizione, nella religione, nella filosofia… è una ricchezza incredibile”.
IL FUTURO
“Vini dealcolati: subito sono partito contro, mi sembrava un errore chiamarli vini. Invece no, mi sono ricreduto, perché si parte sempre dal vigneto… che esistano, allora! Il vino è la bevanda per eccellenza a tavola, però se qualcuno lo preferisce dealcolato ben venga”.
“Vitigni resistenti?. Non ho nulla in contrario, però non devono entrare nelle Doc, errore gravissimo. Con le Doc per 60 anni abbiamo valorizzato i nostri vini (530 denominazioni) uno diverso dall’altro e poi consentiamo di piantare in tutt’Italia questi vitigni resistenti che entrano nelle Doc? È un’omologazione bestiale… è gravissimo! Devono entrare nelle Igt non nelle Doc!”.
“Vino e Turismo. Le piccole cantine svolgono un ruolo fondamentale perché accolgono i giovani delle città che della provincia non sanno niente. È un trasferimento di cultura e di emozioni. Ma facciamo crescere la qualità, possiamo farlo, ci vuole impegno e determinazione”.
“Intelligenza Artificiale. Aiuterà la creatività e ne abbiamo bisogno. Trasformerà profondamente il mondo della vitivinicoltura, aprendo nuove possibilità sia in vigneto che in cantina. Arriverà anche il naso artificiale, il naso elettronico in grado di riconoscere sia l’origine del vino sia la freschezza, oltre che l’origine e la provenienza, attraverso l’analisi delle sue componenti volatili. E l’eleganza del vino? Per quella ci vuole sempre l’uomo!”.
“Credere nei giovani che abbiamo… sono motivati, hanno curiosità, conoscono le lingue, sono padroni della tecnologia, sono più bravi di noi. Sono la forza di questo Paese! Sapranno sorprenderci!. I mercati da esplorare saranno l’Asia e l’Africa non solo perché attualmente sono poco frequentati ma soprattutto perché lì c’è gente che è abituata a bere bevande molto ricche di alcol”.
“Per finire, ricordatevi che Hugh Johnson, scrittore ed enologo londinese, diceva: “wine is bottled history”, “il vino è una storia in bottiglia” mentre lo scrittore americano Ernest Hemingway affermava che “Il vino è uno dei maggiori segni di civiltà del mondo”. Grazie molte”.

Il Prof. Rosario Di Lorenzo si complimenta con Angelo Gaja. Credits Andrea Di Bella
LA FELICITÀ
Tra mille applausi, Angelo Gaja è sommerso da complimenti. Colgo il momento e gli chiedo se si sente una persona felice. Mi risponde “Continua a piacermi quello che faccio. Adesso a 85 anni l’equilibrio diventa più delicato”.
E quando ha incontrato la felicità, la prima volta?
“Quando, ragazzino, lavoravo in questi vigneti e il capo squadra mi diceva che non valevo nulla e se in qualche occasione lo vedevo sorridere, allora, in quel momento, incontravo la felicità”.
Si forma una lunga fila per salutare Angelo Gaja, ringraziarlo e stringergli la mano. È come se stessero incontrando il Papa!.
Grazie a un uomo straordinario.