Ci sono artisti che dipingono volti, e poi ci sono artisti che scavano nell’anima di quei volti, lasciandoli nudi davanti ai nostri occhi. Mario Matera appartiene alla seconda categoria.
Le sue opere non si limitano a rappresentare l’aspetto esteriore di un soggetto: lo scompongono, lo feriscono, lo ricuciono.
Il suo lavoro è un viaggio attraverso la vulnerabilità umana, un’indagine sul rapporto tra il caos e l’armonia, tra la rottura e la rinascita.
La mostra A Tale of Her, ospitata dalla SimonBart Gallery di Bologna,inaugurata il 15 marzo scorso e visibile fino al 19 aprile 2025, raccoglie due delle sue serie più intense: Golden e Chaos.
Due narrazioni parallele, due approcci alla resilienza e alla bellezza dell’imperfezione.
Golden – Le cicatrici dorate della bellezza
In Golden, Matera si ispira al kintsugi, l’antica tecnica giapponese di riparazione della ceramica con polvere d’oro. Secondo questa filosofia, le crepe non sono un difetto da nascondere, ma una parte della storia dell’oggetto, un valore aggiunto che ne aumenta la bellezza. Nei suoi ritratti, l’artista applica lo stesso concetto all’anatomia umana: volti monumentali, spesso femminili, emergono dalla tela con fratture dorate che ne percorrono la pelle.
Questi segni non sono solo graffi pittorici, ma simboli di un’esperienza vissuta, tracce di una forza interiore che trasforma il dolore in una nuova forma di armonia.
L’oro, con la sua luce calda e impenetrabile, non è decorazione ma voce. È il filo che cuce le ferite e le rende parte integrante dell’identità del soggetto. Le sue donne non sono muse idealizzate, ma creature che hanno attraversato il dolore e lo portano con orgoglio sulla pelle, come un ricamo prezioso.
Chaos – La frammentazione dell’essere
Se Golden è la sintesi della riparazione, Chaos è l’esplosione del trauma. Qui Matera abbandona la levigatezza dorata per addentrarsi nel disordine emotivo. I volti si sfaldano, i tratti si sovrappongono in pennellate energiche e materiche. L’artista usa la spatola per scomporre l’immagine, creando una tensione visiva tra riconoscibile e astratto.
Le sue figure emergono dalla tela come visioni sospese tra presenza e dissoluzione. Non sono ritratte in una posa definita, ma in un eterno divenire, un equilibrio precario tra costruzione e decostruzione. Chaos è un’ode alla capacità femminile di trasformare il dolore in energia creativa, di frantumarsi senza mai perdersi del tutto.
Il linguaggio della pelle, il linguaggio dell’anima
C’è qualcosa di profondamente carnale nelle opere di Matera. Non perché rappresentino il corpo in modo sensuale, ma perché la pittura stessa sembra farsi carne, superficie viva che respira, soffre e guarisce. I volti che dipinge sono campi di battaglia emotivi: non hanno bisogno di parole per raccontare le loro storie, basta il modo in cui la luce li accarezza, il modo in cui il colore si stratifica creando profondità psicologica.
In A Tale of Her, Matera non racconta solo una storia femminile. Racconta la storia di chiunque abbia mai dovuto ricomporsi dopo una frattura, di chiunque abbia trovato nell’imperfezione una nuova forma di bellezza. È un invito a guardarsi dentro, a riconoscere le proprie cicatrici e a considerarle non come un limite, ma come la prova della propria esistenza.
In un’epoca ossessionata dalla perfezione patinata, Mario Matera ci ricorda che la vera bellezza non è nell’assenza di difetti, ma nel coraggio di mostrarli.