La 7ª edizione dell’Omaggio “Langhe-Roero e Monferrato: Onde di bellezza e geometrie coltive nei paesaggi e nei paesi del vino” valorizza il lavoro e gli artefici che stanno dietro alla bellezza viticola: Vignaioli e Sindaci. Al Castello di Grinzane Cavour, ospite Damijan Podversic, contadino di confine nel Collio friulano
L’Omaggio rende onore ai paesaggi del vino più belli o significativi del mondo. E, assieme ai viticoltori, premia le rispettive Amministrazioni comunali, per sottolineare che il paesaggio agrario è una bellezza condivisa, frutto delle cure di più mani.

Momenti della premiazione. Credits Ph. Andrea Di Bella
I versanti premiati
Barolo (Ravera di Barolo e Novello),
Barbaresco (Rabajà di Barbaresco),
Roero (Valmaggiore di Vezza d’Alba),
Moscato d’Asti (Sant’Antonio/Santa Libera di Canelli),
Diano d’Alba (Sörì del Bric Majolica di Diano d’Alba),
Nizza (Località Mandolone di Nizza Monferrato),
Barbera d’Asti (Bricco delle Oche di Penango),
Ruchè (Monterovere di Scurzolengo),
Timorasso (Terre di Libarna Valborbera di Cantalupo Ligure)
Alta Langa (Cappelletto di Trezzo Tinella).
“La bellezza delle nostre colline è frutto del lavoro dei nostri viticoltori; sono loro gli artefici della bellezza del Paesaggio vitivinicolo di Langhe-Roero e Monferrato, che dal giugno 2014 l’UNESCO ha inserito tra i Patrimoni Mondiali dell’Umanità. A loro va il nostro Omaggio e il primo dovuto e riconoscente applauso”. Così esordisce Luciano Bertello, collaboratore dell’Enoteca regionale piemontese Cavour, davanti ad una platea di sindaci e viticoltori premiati.

Luciano Bertello con Damijan Podversic. Credits Ph. Andrea Di Bella
Parola a Luciano Bertello.
“Queste iniziative hanno successo se hanno un’anima e un cuore. Qui, tra noi ci sono vignaioli che hanno decenni di vendemmie sulle spalle e nelle mani. Nelle scorse edizioni del Premio, abbiamo avuto vignaioli con 70 vendemmie trascorse sui vigneti, e di ciascuna ricordavano le piogge, i soli, le nebbie, il caldo, le brinate. Oggi abbiamo tanti giovani che lavorano tra i filari, per i quali la vite ed il vino sono tutto, sono la vita!.
Non so se esiste un altro lavoro che sia così totalizzante, coinvolgente. La civiltà della vite è una civiltà che sa dialogare col passato, col presente e col futuro, con le ere geologiche e con il paesaggio, con la cultura popolare e con le religione.
La vite ha segnato il radicamento de i nostri antenati su queste colline. dai due anni di obbligata e triste interruzione l’Omaggio alla bellezza viticola contadina esce rafforzato proprio perché ha un’anima e un cuore, come accennavo prima, è basato su valori e non su effimeri effetti speciali: sobrietà, semplicità, lavoro, le strette di mano con gli ospiti, la condivisione di idee.
Le precedenti edizioni, gli incontri con altre realtà vitivinicole hanno rafforzato la convinzione che la realtà della vite e del vino è portatrice di valori universali: quello dell’ospitalità, del rispetto della terra, della modernità, l’anelito all’internazionalità, l’esaltazione della cucina del territorio.
Quest’anno siamo stati mossi dall’attualità politica e quindi abbiamo pensato di dedicare la settima edizione al concetto di CONFINE, proprio per sottolineare la bellezza del territorio e la durezza della prevaricazione. Abbiamo scelto di dialogare con l’agricoltura di confine della stupenda terra del Collio, culla mondiale dell’eccellenza dei vini bianchi. Si vuole riflettere sui valori e sui messaggi di una viticoltura difficile che ha conosciuto l’assurdità delle guerre e delle devastazioni.
Vigneti, quindi famiglie che nel breve arco di due, tre generazioni sono passate dalla dominazione asburgica a quella italiana, jugoslava, slovena. Vigneti che hanno vissuto una grande guerra e le strette di una guerra civile.
La civiltà della vite di quei luoghi ha molti aspetti simili alla nostra: paesaggi bellissimi, storia, il ben fare contadino, l’anelito alla qualità, vini di antica nobiltà, dimenticati e oggi riportati alla ribalta internazionale, pensate alla Ribolla Gialla, antico vitigno autoctono del Friuli Venezia Giulia.

Damijan Podversic. Credits Ph. Andrea Di Bella
Ma non dobbiamo dimenticare l’uomo, sono le persone a dare un senso pieno a tutto quanto. Ecco quindi l’ospite di questa edizione: Damijan Podversic, contadino del Collio che si è distinto in questi anni per la passione per la sua terra, per il Collio, per i vini, per la sua gente. Damijan, anima e cuore di una terra tanto bella quanto vessata dalla storia, un viticoltore che, nell’eccellenza dei vini, esprime perfettamente il carattere di una viticoltura di confine: caparbia, solidale, improntata a un sacro rispetto verso Madre Terra. Eccolo insieme alla moglie che lo ha seguito e al figlio”.
Damijan Podversic, vignaiolo intelligente e appassionato
“Ringrazio tutti voi per avere invitato me e la mia compagna che non ha sposato solo me ma anche i miei sogni. Arrivo da una terra difficile, da un territorio dove ogni 40 anni i confini si spostavano di circa 40 chilometri. Quando spostano i confini perdi l’identità, cerchi di sopravvivere e cominci a servire altre bandiere, con altre ideologie, con altri pensieri, con altri modi di fare.
Guardando verso Caporetto ci sono tante piante della mia mamma (qui il racconto di Damijan si interrompe per un momento di commozione e parte un lungo applauso dalla platea n.d.r.). Dopo tante vicissitudini, questo territorio appartiene all’Italia, che penetra per 40 km verso l’Istria. Dopo, come se non bastasse, inizia la seconda Guerra Mondiale: se ti andava bene, da questa parte bevevi olio di ricino, se ti andava male bevevi olio di motore con vetri dentro. Dall’altra parte del confine, 100 metri più in là, un’altra situazione difficile.
Oggi se qualcuno mi chiede a chi mi sento di appartenere, io ripeto ‘mi sento cittadino europeo, appartengo alla Comunità Europea (applauso). Amare la proprie bandiera è una delle cose più importanti, è segno di intelligenza, di maturità; ormai, però, dobbiamo cominciare ad amare solo quella bandiera blu con tante stelle, perché, ripeto, i confini non sono facili.
Ma ora parliamo di vino e di vigneti. Ho sentito parlare oggi di ‘squadra’: vuol dire che siete riusciti a mettere da parte una delle cose peggiori che, a volte, accompagna il pensiero dell’uomo, l’invidia!. Da noi, purtroppo, ce n’è ancora tanta.
Il nostro territorio del Collio, ahimè, ha lasciato due terzi di terra in Slovenia, con gli stessi vitigni e gli stessi vini, e il resto in Italia. Sarebbe ora che da noi si mettesse da parte l’invidia, che è sinonimo di paura, e si facesse sistema come da voi e come questo Premio testimonia.
Contadini, avete in mano la terra che non è vostra, perché ce l’avete in affitto dai vostri figli, curatela, lasciatela viva, non guardate solo l’aspetto economico dell’essere viticoltore, coltivatela. Se fregate la terra avete fregato i vostri figli.
Sarebbe ora che la Scuola Agraria diventasse un Liceo, perché il contadino deve studiare Filosofia, per non sentirsi Dio. Purtroppo la Scuola Tecnica sta dando all’uomo i mezzi per dominare la Natura. Spero che questo si avveri presto, dobbiamo andare in quella direzione per trovare giovamento tutti, anche la terra (applausi a scena aperta!).
Il vino, nella catena alimentare, è, purtroppo, una droga, permettetemi, ma non esiste bevanda più spirituale sulla Terra per alimentare l’anima. E, quando incontri un amico, un libro, qualcuno, il legame del vino è fondamentale. Il compito nostro è fare grandi vini, perché al momento, purtroppo, la meccanizzazione sta prendendo il sopravvento e si stanno abbandonando le viticolture eroiche. Da un certo punto di vista questo può essere un bene per i giovani, che troveranno uno spazio per potersi realizzare.

Vigneti Unesco e il Castello di Grinzane Cavour. Credits Ph. Andrea Di Bella
Io ho recuperato sul Monte Calvario, in provincia di Gorizia, 13 ettari abbandonati sin dagli Anni ’40, per politiche di mercato non convenienti allora. La sfortuna di quel territorio è stata la fortuna della mia famiglia, anche se ha comprato da 22 diversi proprietari e la burocrazia ci ha massacrati. La burocrazia! Oggi se non hai le carte a posto, impiantare un vigneto potrebbe diventare un abuso edilizio. Mi sembra esagerato! La Politica mi ha additato come ‘distruttore’ della Natura. Io non mi sento un distruttore. Ho fatto eseguire tanti lavori, ma nessuno mi ha detto grazie! Complimenti a Voi che a questi contadini dite grazie!”.
Sul sito internet di Damijan leggo: “Oggi mi sento una persona fortunata, perché sto facendo quello che ho sognato sin da bambino”.
Mi sento di affermare che è un pensiero che accomuna tutti i vignaioli presenti, vista la Bellezza che hanno costruito fin qui e quella che nascerà su queste colline eterne.